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Gestione del residuo legnoso

Gestione del residuo legnosoGestione del residuo legnoso

Descrizione
Negli ultimi anni si è assistito all’aumento dell’interesse verso la valorizzazione dei residui colturali in genere ed in particolare di quelli derivanti da potature. Questo è avvenuto sia per la disponibilità di macchine adatte al recupero del prodotto sia perché sussistono i presupposti economici per il loro impiego ai fini della produzione di energia o di compost di qualità.

Le quantità e la qualità delle ramaglie residue dipendono da diversi fattori, quali varietà, sviluppo delle piante, forma d’allevamento, intensità e periodicità di potatura. Se la potatura viene effettuata con intervalli più lunghi di due anni, avviene tradizionalmente una riutilizzazione dei ciocchi più grandi come legna da ardere.

In una stima effettuata, nel Lazio le quantità potenzialmente disponibili si aggirano sulle 2,2 t/ha anno di residuo tal quale (50% di umidità) (Pari e Rucli, 2002), valore che si innalza a 4 t/ha anno stimati in oliveti in Calabria. Lo smaltimento tradizionale, ancora largamente praticato, prevede due modalità:

  1. trinciatura in loco e reimmissione nel terreno;
  2. allontanamento in capezzagna e bruciatura.

Il primo sistema, se da un lato assicura il ritorno di una certa quantità di sostanza organica al terreno con positivi effetti sulle caratteristiche chimico-fisiche del suolo, può rendersi controproducente dal punto di vista fitopatologico, quando siano presenti organismi patogeni nel legno delle piante. Nel caso di piante sane, la pratica presenta comunque dei benefici effetti ammendanti sul terreno. L’incorporazione di materiale organico con un alto rapporto C/N può però provocare una “fame d’azoto” temporanea, tanto che la tradizionale pratica agronomica prevede che l’incorporazione dei residui nel suolo debba essere accompagnata dalla distribuzione di un concime azotato.

Per effettuare l’incorporazione dei residui nei terreno, si utilizzano trinciasarmenti seguiti da organi erpicatori che incorporano il trinciato negli strati superficiali del terreno.

La trinciasarmenti è una macchina operatrice per una polverizzazione dei residui della potatura, munita di utensili rigidi rotanti attorno ad un asse perpendicolare alla direzione di avanzamento. Gli utensili coltelli o flangette hanno diverse forme:a cucchiaio, a U, a mazza ed a martello. In alcuni casi la scatola che racchiude il rotore presenta dei controcoltelli appositi per un'azione ancora più incisiva. I coltelli in alcuni casi sono rivestiti di gomma o sono direttamente in materiale plastico e sono impiegati per l'eliminazione dalla parte aerea dei prodotti. L’azione di triturazione avviene per effetto battente e per strappo, non per taglio, pertanto tale intervento è mirato anche alla triturazione di colture di copertura alla fine del periodo utile, alla gestione dell’inerbimento nelle colture arboree e, naturalmente, allo sminuzzamento per sfibratura delle ramaglie secche di potatura e dei residui colturali. La trinciatura in generale, sfibrando la biomassa legnosa, consente di aumentare la superficie di contatto dei residui colturali, che, una volta entrati a contatto coi microrganismi del terreno, vengono da essi più velocemente trasformati in humus.

Il secondo sistema, cioè quello della bruciatura sul posto è quello economicamente ed energeticamente meno conveniente, e sarebbe in ogni caso da evitare.

Qualora invece si voglia provvedere ad una valorizzazione del sottoprodotto possiamo avere due alternative: l’utilizzazione delle ramaglie per la produzione di compost di qualità oppure l’immissione del legno residuo in una filiera per la produzione di energia.

In entrambi i casi si possono utilizzare delle macchine adattate o progettate per questo scopo. Esistono due metodologie per la raccolta dei residui di potatura in campo:

  1. lo sminuzzamento immediato con produzione e successiva movimentazione di cippato di legno;
  2. la compattazione delle ramaglie con la produzione di balle di diversa forma e dimensioni e la loro successiva movimentazione.

Questo secondo tipo di trattamento è quello che meglio si adatta ad una riutilizzazione del legno ai fini energetici anche a piccola scala, con riutilizzazione aziendale del prodotto e/o in un piccolo bacino d’utenza.

Le macchine per la valorizzazione del residuo di potatura sono derivate dalle analoghe macchine per l'imballaggio dei foraggi attraverso opportune modifiche. Possiamo quindi avere imballatrici a balle prismatiche e rotoimballatrici. Le tipologie di macchine impiegate dipendono essenzialmente da fattori extra-aziendali ovvero dalla forma di utilizzazione a cui sono destinati i residui legnosi.

Su scala locale, ad esempio, sono molto diffuse le imballatrici che producono ballette quadrate o parallepepidiche, dal peso inferiore a 30 kg e con dimensioni tali da essere utilizzate facilmente nei forni per la cottura.

Riferendosi ad un modello di rotoimballatrice tra le più conosciute, si vede che le rotopresse (circa 2,2 m3 di volume e circa 3 t di massa, con produttività di circa 60-70 balle al giorno), invece, garantiscono maggiore economicità di lavoro, specialmente per quanto riguarda la loro movimentazione ma possono essere convenientemente utilizzate solo quando esiste un mercato “energetico” per la loro utilizzazione.

Un altro vantaggio è dato dal fatto che le rotoimballatrici possono essere azionate da un solo operatore e, per il loro ridotto ingombro laterale, sono più adatte ad operare in sesti d’impianto stretti.

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